Lana Del Rey: inganno in formato super 8

Heaven is a place on earth with you / Tell me all the things you want to do / I heard that you like the bad girls / Honey, is that true?
(Video Games, Lana Del Rey)

 

C’era una volta la musica alternativa. Fatta da chi di mestiere, ascoltata da chi di dovere, perpetuata nel tempo non solo dai nostalgici, ma anche dai puristi di un genere che negli anni ha subìto mode, evoluzioni e una valanga di critiche. L’attitudine auto-distruttiva di certi elementi (si pensi ai Sex Pistols e agli immensi Velvet Underground), spesso acompagnata da alcool e droghe, era la forma primordiale e più pura di auto-promozione. Il marketing forse non era nemmeno stato inventato, e grandi frontmen come Jimi Hendrix o Jim Morrison dubito si preoccupassero del ritorno pubblicitario della loro immagine. Per non parlare di quel pazzo di Mick Jagger o dell’ormai santificato Kurt Cobain. It’s only rock’n'roll, but we like it: senza dubbio la grande auto-promozione degli anni Settanta, Ottanta e Novanta ha contribuito a creare miti e leggende, spesso in modo del tutto disinteressato da parte degli stessi artisti.
Arriva un tempo, però, in cui non è più solo questione di musica; arriva l’internet, nasce iTunes, cresce Britney Spears, ed evolve Madonna. Arriva un tempo in cui trovarsi al posto giusto nel momento giusto è la sola cosa che conti. Far parlare di sé, costi quel che costi, a discapito della musica, che ormai sembra relegata a semplice contorno, quasi fosse una carriera parallela. Essere imprenditori della propria immagine e magari lanciare la propria linea d’abbigliamento o di profumeria. I maestri dell’Hip-Hop americano ne sono i pionieri. Va tutto bene, fino a quando la sottile linea di confine tra generi non viene oltrepassata. Indie, alternative, pop, rock, hip-hop, chissenefrega, la nuova frontiera è la commistione tra generi e, dunque, l’immagine deve adattarsi ai tempi che corrono. Internet è il nuovo talent scout e il suo pubblico il nuovo ascoltatore degli anni Duemila. I talenti sbocciano su myspace e crescono nel giardino dei blog musicali.
L’immagine femminile subisce trasformazioni radicali: dall’avanguardista Madonna, alla lolita Britney Spears (e le varie ed eventuali copie a seguire), fino alla sofisticatezza altera di Adele, passando per il glamour retro di Amy Winehouse e del vuoto (musicale) incolmabile che ha lasciato. C’è poi chi, vedasi Rihanna, flirta con l’alternative e sforna video degni della serie televisiva Skins. E proprio partendo da We found love, nasce la nuova immagine del pop: niente di nuovo, ma sempre più vicino ad uno stereotipo indie patinato e sapientemente confezionato.

2012: Born to die di Lana Del Rey è il caso musicale dei primi mesi dell’anno. Per capire a fondo questo disco, l’analisi dev’essere condotta da due diverse prospettive: quella del marketing e quella della musica. Prospettive parallele, guai a farle incontrare, perché se lo si apprezza per una cosa, necessariamente lo si odia per l’altra.


Al secolo Elisabeth Grant,  Lana Del Rey nel 2009 registra un EP chiamato Kill Kill, sotto lo pseudonimo di Lizzy Grant. L’inganno si perpetua sotto queste mentite spoglie fino all’uscita del suo primo disco Lana Del Ray A.K.A. Lizzy Grant, pubblicato per un’etichetta indipendente sempre nello stesso anno. Nel mese di giugno 2011 firma con la Interscope per il rilascio del primo singolo Video games col nome di Lana Del Ray. Fin qui tutto bene, se si trattasse di due persone differenti. Il 14 dicembre 2011 esce in anteprima per YouTube Born to die, title track del disco, rilasciato il 30 gennaio 2012.
Il popolo dell’internet ama, ascolta ed erige a nuova regina del lo-fi la ventiseienne newyorchese. Ma accade l’impensabile, o meglio il prevedibile: Lana Del Rey ama l’alta moda, è amica di Woodkid (artefice dei video di Katy Perry e dei commercial per Vogue) e si avvale di un team di superavvocati per non trovarsi impreparata di fronte alle trappole del music-biz. Le speranze degli ingenui amanti dell’alternative si spezzano. Traditi e con la coda tra le gambe, i fan dell’indie-pop si erano lasciati ingannare da quella che poteva essere la nuova musa alternativa della loro generazione, che li ha ammaliati con un prodotto d’alta fattura e che innegabilmente si presentava con tutte le carte in regola. Quel Video games tanto osannato è ora terreno di critiche velenose e che con la musica hanno ben poco a che fare: si va dalle labbra a canotto, alle accuse di plagio, fino al tanto temuto verdetto di non sapere cantare (si veda l’esibizione al Saturday Night Live).
Nel dodici pezzi dell’edizione usuale (si arriverà infatti a quindici per quella deluxe), Lana Del Rey assorbe le speranze e le incognite della sua generazione, ormai troppo annoiata e disillusa per farlo da sola. Scrive, bene o male è soggettivo, di ciò che sente e ripristina un’autenticità che forse nel pop si stava perdendo. Il tutto infarcito da suoni accattivantemente lo-fi, un’immagine a metà tra una diva d’altri tempi e una teenager indie americana qualsiasi, video in formato super 8, e una promozione degna di Lady Gaga. Il risultato finale è un disco ben fatto, curato, ma dal suono falso e poco convincente, fine a se stesso.

Quale sarà la sorte della povera Elisabeth, che dopo tanto peregrinare è approdata nel magico mondo della musica? Sicuramente quella di restare saldamente al suo posto. Magari stavolta senza cambiare nome e trovando la sua strada.

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