Sex, drugs and pop’n'roll

The tried to make me go to rehab / But I said no no no
Rehab, Amy Winehouse

 

Il fenomeno pop degli ultimi anni non è questo o quel cantante che scala le vette della prestigiosissima classifica Billboard, ma il toto scommesse su chi sarà il prossimo a morire. Eh già, l’ormai noto motto di Madonna “Sex sells” potrebbe essere  riadattato in un più cinico e freddo death sells. La droga: piaga sociale ma anche fenomeno pop e busta paga di moltissimi volti noti dello showbiz. Dalla moda alla musica, la lista delle celebrities che entrano ed escono dai rehab è infinita, così come quella delle morti importanti, ultima in ordine di tempo Whitney Houston. La verità è che la morbosità del popolo del web e della televisione non conosce confini, ed è affamata di nuovi scoop succulenti di cui cibarsi per poi passare ad altro.In principio era Sex, drugs and rock’n'roll, quasi a sfregio, che differenziava i veri duri del rock dai volti puliti e angelici della pop culture. Quarant’anni dopo la morte di Jim Morrison e soci, i tempi sono cambiati e la nuova maledizione che pende sulle teste di modelle, attrici e cantanti si chiama rehab. E tutto diventa show: da Lindsay Lohan (dovrebbe essere l’esempio di attrice…) che entra ed esce da lussuosissime cliniche californiane, a Mariah Carey che abbandona baracca e burattini causa (ab)uso di alcool e farmaci, alle più recenti storie di Britney Spears (che però l’ha spuntata) e dell’iper-compianta Amy Winehouse. Altro terreno fertile per succulenti scandali è ovviamente la moda: il ritorno d’immagine avuto da Kate Moss o Naomi Campbell è stato notevole, mentre è costato il posto ad uno sprovveduto John Galliano che sproloquia su omosessuali ed ebrei. Ognuno esprime le proprie opinioni in merito e compiange questa o quella celebrity, quasi a giustificarne i comportamenti o volerne trovare a tutti i costi una soluzione all’annoso problema.

Il ciclone cocaine-Kate si abbatte sul mondo sprovveduto dei gossippari nel 2005, quando il Daily Mirror sbatte in prima pagina la modella inglese tutta intenta a godersi la vita, la cocaina e la compagnia dell’allora fidanzato-consumatore-tossicodipendete Pete Doherty. Dopo una conferenza stampa in cui chiede pubblicamente scusa ammettendo le proprie responsabilità, Kate Moss torna in pista (è il caso di dirlo) più forte e onnipresente di prima: abbandona quello che ormai è solo l’ombra di un fidanzato, continua ad essere testimonial per Dior ed ottiene la copertina di  W nel novembre 2005. Nei dodici mesi successivi, lo scandalo che l’aveva messa nell’occhio del ciclone le frutta il riconoscimento di modella dell’anno dal British Fashion Awards ed ottiene o mantiene ben diciotto contratti, tra i quali Dior, Louis Vuitton, Roberto Cavalli, Longchamp, Stella McCartney, Bulgari, Chanel, Nikon, David Yurman, e Versace. Oltre ai soldi, che scendono sulla sua persona come se piovesse. Esempio negativo? Forse. Grande imprenditrice? Di sicuro.
La moda, però, crea e distrugge con la stessa rapidità con cui lancia le tendenze. Induce spesso a condotte discutibili (che tali restano, al di là di ogni giudizio personale non richiesto) ed ancor più spesso il vortice strangola chi un minimo di fiducia in sé non la possiede. Alexander McQueen, universalmente riconosciuto come genio del design degli ultimi anni, non ce l’ha fatta, incapace di sopportare quella che ormai più che vita era divenuta un calvario. Si suicida a Londra nel febbraio 2010.  L’azienda e la famiglia metteranno in moto il grande circo mediatico del funerale, che vedrà presenti tutte (nessuna esclusa) le grandi star della moda, della musica e del cinema. A cominciare da una non-troppo-addolorata Sarah Jessica Parker, rigorosamente in un fashionissimo nero firmato McQueen. In altri casi, non basta una carriera d’oro e costellata di successi per scampare al linciaggio mediatico causato da alcune affermazioni pesanti, anche se fatte da ubriaco. Vero John Galliano? Lo stilista, oltre ad un evidente problema con l’alcool e con le droghe, ne avrà anche con la comunità ebraica dopo le esternazioni antisemite che nel marzo 2011 gli costano il posto da Dior.

 

È di nuovo la musica, però, a pagare il prezzo più alto. Whitney Houston, The Voice, muore a quarantotto anni, probabilmente annegata nella vasca da bagno dell’albergo di Beverly Hills in cui alloggiava. Ironia della sorte, la cantante scompare la notte precedente alla grande manifestazione dei Grammy Awards, che per ben sei volte l’ha premiata nel corso della sua carriera. Pelle e ossa, distratta e sempre più la parodia di una cantante, da alcuni anni soffriva di depressione e tossicodipendenza. La prassi, insomma. La morbosità con cui i paparazzi hanno seguito le ultime vicende matrimoniali della cantante è il simbolo della nuova pop culture, quella degli scandali e dei dischi postumi, delle accuse e dei pianti ai funerali.
Conta esserci, tant’è che per ricordare la cantante scomparsa, sul palco dei Grammys si metterà in scena il ricordo, proprio come fu per Michael Jackson due anni prima. E proprio come lui, Whitney Houston lascia un’eredità artistica immensa, che fa scuola alle nuove dive dell’R'n’B, basti pensare alla casta-diva Beyoncé. Come per Amy Winehouse, invece, ci si aspetta il disco postumo, la summa dei suoi lavori, il ricordo inciso e disponibile su iTunes. A soli 9 euro e 99 centesimi possiamo impossessarci anche noi di un pezzetto di Whitney, giusto per non spezzare la catena della solidarietà. E mentre fioccano sui social network le frasi di cordoglio, tutto il mondo si ri-scopre fan dei ritmi, delle ballate e delle emozioni di quella che per anni è stata definita l’erede di Aretha Franklin. Un’artista vera, completa e veramente dotata, che però non ha saputo fare tesoro della sua immensa fortuna. Probabilmente nella vita reale se fosse stata la nostra vicina di casa l’avremmo additata con superbia e viscida moralità. Ma era una celebrity, e come tale va compianta con compostezza e devozione.
A tal proposito Caparezza ne Il paese dei balordi canta: “Com’è che un fatto sui gradini è solo un fatto e su di un palco è sempre un figo?”. Già, com’è?

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