Sanremo 2012: sì, è l’inferno

Anche quest’anno è andata, ci siamo tolti il pensiero. Ieri sera si è conclusa la sessantaduesima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo e tra polemiche, commissariamenti, farfalle birichine e (ovviamente) canzoni, il grande circo mediatico ha chiuso baracca e burattini. Le mie impressioni di febbraio saranno precise e puntuali, come il cattivo gusto dell’intervento di Celentano, sul quale non spenderò per decenza nemmeno mezza riga. Quale altro evento mediatico nazional-popolare ci tiene incollati allo schermo (anche solo per cinque minuti, il tempo di un sincero “La solita cagata!”, perdonate il francesismo) e per una settimana monopolizza i discorsi dell’Italiano medio o mediamente acculturato? Solo il Festival di Sanremo. In bene o in male, purché se ne parli. Dev’essere questo che Belen Rodriguez intendeva quando ha messo in scena il simpaticissimo siparietto hot dell’ormai epica farfallina tatuata, che ha scatenato perfino le ire del ministro Fornero. Di pessimo gusto, come la metà dei look adottati dai concorrenti. Sì, perché a tenere banco nel chiacchiericcio festivaliero, oltre alle canzoni (sempre più cornice di un evento che strizza l’occhio a moda e format televisivi), sono i look dei concorrenti, quest’anno davvero coraggiosi, per non dire imbarazzanti.

In principio era la musica, tutto era più formale, una vera e propria competizione all’ultimo spartito che non lasciava spazio a nulla se non alle canzoni in gara. L’involuzione musicale del Festival va di pari passo con l’emancipazione dei costumi e l’evoluzione del gusto comune: per ogni Claudio Villa che ci lascia, acquistiamo un Marco Carta nuovo di zecca, con tanto di pedigree De Filippi come certificazione. L’esempio dei talent show televisivi è il più eclatante, emblematico del fatto che ormai la televisione svolge a tempo pieno un ruolo che in passato apparteneva alle case discografiche, le quali, saggiamente, si sono piegate alla nuova logica che altrimenti le avrebbe estromesse completamente e paradossalmente dal loro campo d’azione. Per non parlare del meccanismo del televoto:  arma di distruzione di massa detenuta da una giuria di esperti televisivi comodamente stravaccati in poltrona, che premia l’inascoltabile e ci trasporta in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi e in tutto il mondo della bruttura musicale, quasi a farci rimpiangere i tempi di Jo Chiariello.

Cinque serate, ventiquattro concorrenti per ventidue canzoni, il trittico Gianni Morandi, Rocco Papaleo e l’imbalsamanta e originariamente-infortunata Ivana Mrazova conducono quest’edizione orfana del buongusto ma tutto sommato ricca di musica.
Un elegantissimo Morandi in Salvatore Ferragamo accompagnato da un sobrio  Papaleo in Costume National ci avevano inizialmente fatto ben sperare che la prima serata del 14 febbraio potesse essere figlia della moda: ci sbagliavamo. La prima a esibirsi è stata Dolcenera, in Frankie Morello, che sale sul palco probabilmente dopo aver preso parte alla rimpatriata del liceo, con un improbabile spezzato composto da gonna laminata color oro e t-shirt grigia. Da lì, si intuiva che il disastro era inevitabile: delle donne, Arisa a parte, la scialuppa per evitare di affogare non è stata calata a nessuna, e il profondo oceano della moda le ha inghiottite serata dopo serata. Prima fra tutte Noemi che, forte di una canzone meravigliosamente scritta per lei da Fabrizio Moro, dev’essersi dimenticata come ci si presenta in prime time su Rai1. Di sicuro non in tuxedo nero con reverse fucsia, anche se di Coveri. Allo stesso modo, Emma Marrone in Costume National sembrava di ritorno dalla spiaggia, con tanto di shorts d’ordinanza e scarpe troppo alte, indossate con (poca, pochissima!) disinvoltura mentre cantava di precariato, disoccupazione e inferni lavorativi. La luce fuori dal tunnel iniziava ad intravedersi col nude look di Nina Zilli in Vivienne Westwood Red Label, però poi furono di nuovo le tenebre: Silvia Mezzanotte, direttamente da una fiaba dei fratelli Grimm, e Loredana Bertè, sulla quale è meglio non infierire. Questo il quadro riassuntivo della prima serata, che segna la rinvincita degli uomini, spesso i peggio vestiti. Non a Sanremo 2012: da un meraviglioso Francesco Renga in Tonello, ad un pacato e misurato Carone in Emporio Armani, fino ad un rinnovato Samuele Bersani in Etro, il gentil sesso perisce sotto i colpi dell’artiglieria pesante dei look degli uomini del Festival.

Il premio-stile, però, va senza ombra di dubbio ad Arisa. Essenziale, discreta come la canzone che ha presentato (La notte) e mai eccessiva negli atteggiamenti, nel corso delle cinque prime serate ci ha abituati a look educati e mai sfrontati, frutto di un gusto impeccabile e composto. Specie nella seconda serata: giacca dal taglio maschile e lungo abito in seta, porta in scena l’eleganza di Mila Schön. Così come per il long minimal dress color tortora della quarta serata, impreziosito solamente da una sottile cintura color senape e nulla più. La quarta serata è anche quella in cui la coppia Amoroso-Marrone consuma l’ennesimo omicidio di moda: un abito da suora laica murata viva per la prima, un fazzoletto verde (il cui senso ancora non è molto chiaro) per la seconda. La finalissima fa il punto sull’eleganza della cantante lucana, che si presenta in abito rigoroso, ancora una volta nero, con gonna lunga e camicetta dal taglio simmetrico.

Le successive quattro serate sono il frutto degli errori della prima: basta descrivere nel dettaglio quella del 14 febbraio per capire cosa sia successo in seguito. Le recidive del cattivo gusto, Chiara Civello e il suo abito rosso dalla collezione privata di Jessica Rizzo su tutte, continuano a sbagliare, portando in scena un orrore dopo l’altro.
Gli errori di moda, per fortuna, non corrispondono agli errori di musica. Non è un mistero che l’approdo di Morandi dello scorso anno abbia dato nuovo respiro alla musica, che torna a impadronirsi del Festival dopo i due anni di oblio in cui era sprofondata ad opera del malefico duo Carta-Scanu, che dava manforte al trio (al limite del comico) Pupo-Filiberto-Canonici. Se nei look peccano di buon gusto, nella competizione sono le donne a tenere testa: una demagogica Emma porta in piazza il precariato, mentre Nina Zilli canta l’amore, quello che dura per sempre. Le parole di Noemi eclissano il ben più radiofonico tormentone di Dolcenera, mentre la notte di Arisa sconvolge i nostri animi e ci lascia quel non so che di malinconia. Sul versante maschile la musica è debole, e passa in secondo piano: le sorti sono risollevate solamente dall’accoppiata Dalla-Carone, mentre Renga ancora una volta non lascia il segno. Menzione speciale, invece, spetta al coraggio di Loredana Bertè e Gigi D’Alessio: rimodernare il motivetto funky di In alto mare e cantarla assieme 32 anni dopo non dev’essere stato facile. Specie quando nella serata dei duetti italiani la si deve eseguire (rigorosamente in playback) con un esaltatissimo Mario Fargetta in console, con tanto di comparse al seguito. I giovani sono relegati decisamente ad una comparsata di qualche minuto, cantata in fretta e furia e messa in scena su Sanremo social e Facebook. Vince Alessandro Casillo, che, guarda caso, proviene dalla scuderia di Io Canto, condotto da Gerry Scotti su Canale5. Quindici anni, bella presenza, fama già al limite dell’artista consumato, sale sul podio di Sanremo Giovani senza destare particolare scalpore, d’altronde il televoto ha fatto il suo dovere. Casillo si lascia alle spalle quella che alla vigilia era la super-favorita da critica e radio, Erica Mou, e numerose polemiche.  Indubbio il talento musicale della ventenne pugliese, che è l’ultima delle innumerevoli scoperte di Caterina Caselli. Paladina della bella musica, si scaglia contro il grande carrozzone dei talent. La paga con un magro secondo posto e si consola con ottime recensioni da parte della critica.
Samuele Bersani vince il premio della critica Mia Martini e poco dopo sul podio dei big sale Emma Marrone e la sua Non è l’inferno. Chi vi scrive aveva ovviamente una sua preferita (Arisa) ma i pronostici davano per favorita la salentina, ed anche con un netto vantaggio sulle altre due. Un podio tutto al femminile, che vede in seconda posizione Arisa ed in terza Noemi. Tre canzoni diverse, tre donne diverse, tre stili diversi, ma accomunate dai talent (figlia di Maria De Filippi la prima, rispettivamente giudice e concorrente di X-Factor la seconda e la terza). Emma canta del precariato, del lavoro e della disoccupazione, continuando la strada del politicamente impegnato che l’aveva portata a manifestare in piazza per Se non ora quando l’anno scorso: si era fatta notare per le sue esternazioni contro la mercificazione del corpo femminile ad opera di Mediaset e della televisione in generale, proprio poco prima della sua partecipazione a Sanremo 2011 coi Modà (dove si classificò seconda). Ruffiana, demagogica e con un tocco di populismo che non guasta mai, eccola sul palco dell’Ariston anche quest’anno. Questo, cara Emma, è l’inferno, lasciatelo dire.

Che sia questa la nuova natura di Sanremo? Che sia più giovane di quanto in realtà pensassimo? Da sempre la manifestazione viene tacciata di non essere una competizione da giovani. Che ci stessimo sbagliando? Da quattro anni a questa parte sono proprio loro, i giovani, fino ad allora osteggiati, a dominare la scena. I figli dei talent sono il prezzo da pagare per scambiare Toto Cotugno e Al Bano con Pierdavide Carone e Noemi? Sarà il lungo periodo a dircelo: nel frattempo ci godiamo i frutti di quest’edizione, piena di musica ma anche molto difficile da raccontare. Perché Sanremo è Sanremo, e niente di più.

(Per la finalissima Arisa in Mila Schön, la vincitrice Emma Marrone in Costume National e Noemi in Enrico Coveri)

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