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	<title>The fashion jukebox</title>
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		<title>Lisbona: the fashion outsider</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 15:44:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lisbon fashion week]]></category>
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		<description><![CDATA[Saudade è un termine che deriva dalla cultura lusitana, prima galiziano e portoghese e poi brasiliana, che indica una forma di malinconia, un sentimento affine alla nostalgia. In alcune accezioni la saudade è una specie di ricordo nostalgico, affettivo di un bene speciale che è assente, accompagnato da un &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/05/12/lisbona-the-fashion-outsider/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right"><em>Saudade è un termine che deriva dalla cultura lusitana, prima galiziano e portoghese e poi brasiliana, che indica una forma di malinconia, un sentimento affine alla nostalgia. In alcune accezioni la saudade è una specie di ricordo nostalgico, affettivo di un bene speciale che è assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o di possederlo. In molti casi una dimensione quasi mistica, come accettazione del passato e fede nel futuro. In galiziano e lingua portoghese, a differenza di altre lingue romanze, la parola è l&#8217;unica utilizzata per designare tutte le varianti di questo sentimento. In tal senso è spesso considerata intraducibile in altre lingue. Saudade può essere comunque tradotta, approssimativamente, anche come struggimento, tristezza di un ricordo felice.</em></p>
<p style="text-align: right"><em>(Wikipedia)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Cinque giorni in Portogallo, a <strong>Lisbona</strong>. La capitale di un Paese piegato dalla crisi ma che non si rassegna e va avanti a colpi di<em> Fado</em> e <em>Ginjinha</em>. Una città che regala tramonti e scorci indimenticabili. I<span style="line-height: 24px">ndubbiamente l</span>a meno europea delle capitali. Design, moda, architettura non irrompono prepotentemente nel centro di una metropoli globalizzata, anzi, restano a pannaggio di pochi. Nei miei viaggi, da buon <em>eurocentrico-italianoglobalizzato</em> quale sono, ho sempre ricercato negli abitanti del luogo una nota di design distintiva e peculiare, un particolare di moda inatteso che mi facesse sbarrare gli occhi. Dimenticate tutto ciò, se volete godervi Lisbona.</p>
<p style="text-align: justify">Lei, l&#8217;outsider, Lisbona. L&#8217;impressione che si ha quando si gira per il centro (non il <strong>Bairro Alto</strong>, ma il centro della <em>movida commerciale</em>) è quella di una città rilassata, per nulla attenta al dettaglio di tendenza, ma con una precisa vocazione alla praticità e alla comodità. Nessuno sfarzo, nessuna ostentazione alla Parigi o <em>alternativismi</em> eclatanti alla Londra. Una città piegata dalla crisi e stretta nella morsa di <em>austerity</em> delle direttive europee, ma con tanta voglia di riemergere e di non rassegnarsi. Una città concreta, che non si perde nelle inutilità della vita moderna e riscopre ogni giorno il contatto con la tradizione e la storia che l&#8217;ha resa la capitale di uno dei Paesi principi del Colonialismo europeo. I giovani, che poi sono il metro di paragone in questa ipotetica fashion competition, non hanno particolari velleità di moda, non adottano stili che urlano alla ribellione o all&#8217;anticonformismo.  Al contrario, si perdono nelle fantasie delle gonne alla gitana o passeggiano comodi nei loro jeans, non osano nemmeno un paio di All Star e sapientemente camminano &#8211; anche in città &#8211; con delle (brutte, passatemi il termine!) scarpe da trekking (urbano). Sono lontane le vie dello shopping parigine o il chiasso della londinese Camden: <strong>Avenida de Libertade</strong> vi darà solo un piccolo assaggio dei vari Gucci e Louis Vuitton nostrani, ma senza eccedere, e senza, diciamolo pure, particolare bellezza. Stoccolma, per quanto agli antipodi in termini di street style e per quanto meno low profile, mi ha ricordato molto la capitale portoghese: nessuna pretesa e massima resa, nessuna ostentazione e massima rilassatezza. Certo è che se pensiamo ai maxi store svedesi quali <em>H&amp;M</em> e ai brand oltremodo cool come <em>Cheap Monday</em>, le cose appaiono estremamente diverse. Nello sguardo dei turisti innamorati non c&#8217;è la voglia di arraffare e comprare compulsivamente, ma solo un placido innamoramento e una <em>saudade</em> che si fatica a scacciare anche giorni dopo la partenza.</p>
<p style="text-align: justify">Lisbona <em>outsider </em>della moda? Forse. Perché a giudicare dalla Fashion Week che si è svolta in città lo scorso marzo tutto direbbe il contrario. Eppure, rispetto alle altre piazze a cui siamo abituati (Italia e Francia in primis), Lisbona non rinuncia alla praticità e alla tradizione. I più possono storcere il naso, ma è innegabile che dietro ci sia un lungo lavoro di ricerca e un&#8217;attenzione maniacale al dettaglio. Un nome su tutti (per lo meno il mio preferito, nel pur scarno panorama <em>nazionalmodaiolo</em>) è <strong>Marques&#8217;Almeida</strong>: tagli, colori, linee che poco hanno a che fare con la tradizione portoghese, vicini alle fashion week più in vista del mondo, ma con quella freschezza e voglia di stupire tipiche di chi non parte da un profilo troppo alto. Come ogni città oppressa da dittature, restrizioni economiche, politiche di crescita quasi inesistenti, Lisbona vuole trovare il suo posto nel mondo, emergere e non perdere la propria identità. Non possiamo che augurarle buona fortuna, seppur con un pizzico di nostalgia.</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><img class="aligncenter" src="http://blog.stylesight.com/wp-content/uploads/2012/02/Stylesight_Runway_FW12_Marques_Almeida.jpg" alt="" /><strong>(Marques&#8217;Almeida &#8211; FW 12 &#8211; Lisbona)</strong></p>
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		<title>Nostalgie hipster: la riabilitazione degli 883</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 16:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<category><![CDATA[883]]></category>
		<category><![CDATA[hipster]]></category>
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		<description><![CDATA[Tu fumavi ed ostentavi una malinconia che male si intonava coi tuoi leggings fluorescenti. Le Lomo. Le Polaroid. L&#8217;immagine di sé che mette ansia. Le finte ansie. I Cani &#8211; Hipsteria &#160; Li chiamano corsi e ricorsi storici e la &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/04/11/nostalgie-hipster-la-riabilitazione-degli-883/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right"><em>Tu fumavi ed ostentavi una malinconia che male si intonava coi tuoi leggings fluorescenti. </em><br />
<em>Le Lomo. Le Polaroid. L&#8217;immagine di sé che mette ansia. Le finte ansie.</em><br />
<strong>I Cani &#8211; Hipsteria</strong></p>
<p style="text-align: left">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Li chiamano corsi e ricorsi storici e la moda, si sa, ne attinge sempre a piene mani. Dall&#8217;abbigliamento all&#8217;arredamento, dalla musica alla letteratura, il <em>revival</em> è sempre un porto sicuro in cui rifugiarsi in anni di grande mancanza di idee. Alcuni lo chiamano riciclo, altri, più politicamente corretti e con un velo di ipocrisia, <em>ritorno</em>. L&#8217;eterno ritorno dell&#8217;uguale, insomma. Da qualche anno (non più di quattro o cinque, a dire il vero) alla ribalta è salita una nuova figura: l&#8217;<em>hipster</em>. Rifiutando ciò che è per definizione cliché, l&#8217;hipster ha finito suo malgrado per diventare un freak vero e proprio, incarnando quello stereotipo tanto disprezzato e divenendo la nuova frontiera della cultura pop. Figura chiave cantata incazzosamente dai Cani (<em>che poi, diciamoci la verità, senza di loro i Cani sarebbero solo un gruppo di post-adolescenti con troppi brufoli e pochi agganci al Circolo degli Artisti</em>), gli hipster sono il metro di giudizio su cui si regge tutta la produzione musicale indipendente o presunta tale italiana. Allo stesso modo, nella moda i nuovi avventori di classici marchi svecchiati da designer con l&#8217;occhio lungo sono proprio loro: basti pensare a Givenchy o Versace (sì, proprio Versace, probabilmente fino a 15 anni fa avreste riso guardando le camicie rosa più adatte a Big Jim che non a un adolescente medio che veste H&amp;M &#8211; ma ora con le borchie è tutta un&#8217;altra storia!), passando per Supreme che collabora impietosamente con Comme des Garçons.</p>
<p style="text-align: justify">Veniamo al dunque. Da oggi è possibile scaricare gratuitamente da Rockit <strong>&#8220;<a title="Download" href="http://www.rockit.it/883-max-pezzali-cover-compilation-con-due-deca">Con due deca</a>&#8220;</strong>, una compilation di cover degli 883 ad opera dei nomi più in vista dell&#8217;alternative-indie-hipster-underground-cantautoratoimpegnato-modaiolo italiano. Ci sono proprio tutti, perfino i Cani e gli Ex-Otago. Sarà felicissimo Max Pezzali, dopo tutte le prese in giro che nel corso degli anni si è dovuto sorbire. Sì, perché sinceramente io tutti questi grandi estimatori degli 883 nel corso della mia -seppur breve- vita non li ho mai incontrati; ora Rockit rispolvera e riabilita un gruppo cult degli anni Novanta, li fa uscire dall&#8217;oblio dei pub di periferia e converte le musicasette ingiallite in download digitale rigorosamente gratuito. Chi vi scrive non ama particolarmente il genere cantato da Pezzali e soci, ma ne riconosce il valore; è innegabile che canzoni come &#8220;Hanno ucciso l&#8217;uomo ragno&#8221; abbiano segnato l&#8217;immaginario pop dei primi anni Novanta, contribuendo al mito delle band ma soprattutto dei fans, visto che in Italia orde oceaniche per un <em>complesso</em> non se ne sono mai viste. Questa compilation, però, è ahimè tristemente ipocrita, arrangiata per fare gola a chi altrimenti non si sarebbe mai sognato di ascoltare &#8220;Nord sud ovest est&#8221;. A parte qualche bell&#8217;esperimento, per esempio gli Ex-Otago con &#8220;Sei un mito&#8221; e gli Amor Fou con &#8220;Come mai&#8221; (sottotitolo degno di nota <em>Pregando per un synth</em>), le altre tracce restano veramente insipide e ruffiane.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter" src="http://www.nonsiamodiqui.it/wp-content/uploads/2012/04/Conduedeca_cover.jpg" alt="" /><br />
Gli anni d&#8217;oro del grande Real, insomma, sono molto lontani. Nonostante i giubbotti di jeans e gli occhialoni tartarugati siano sempre in agguato a ricordarceli. La mia generazione non è capace di immaginare grandi corse in motorino (rigorosamente sempre in due) nemmeno se a cantarle è Colapesce. Ognuno pensi alla propria epoca, così forse ascolteremmo davvero belle canzoni.</p>
<p><strong><a href="http://www.rockit.it/883-max-pezzali-cover-compilation-con-due-deca">http://www.rockit.it/883-max-pezzali-cover-compilation-con-due-deca</a> per scaricare la compilation</strong></p>
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		<title>Femministe 2.0: la rivoluzione delle corteggiatrici pasionarie</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 16:41:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[La moda. Affascina molti, schifa altrettanti, ma si impossessa ed agisce solo per mezzo di pochi. O meglio, nel nostro caso, di poche. Ogni giorno di cui ci ha fatto dono il Signore, accendendo canale 5 (chi è senza peccato &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/03/23/femministe-2-0-la-rivoluzione-delle-corteggiatrici-pasionarie/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La moda. Affascina molti, schifa altrettanti, ma si impossessa ed agisce solo per mezzo di pochi. O meglio, nel nostro caso, di poche. Ogni giorno di cui ci ha fatto dono il Signore, accendendo canale 5 (<em>chi è senza peccato scagli la prima pietra</em>) possiamo assistere ad una nuova rivoluzione femminista, quella del <strong>Movimento delle Corteggiatrici </strong>di Uomini e Donne: programma arcinoto dietro la cui conduzione sta l&#8217;onnipotente Maria De Filippi. La moda, appunto, guida queste giovani anime impavide, le veste di passione e determinazione nella conquista dell&#8217;uomo-preda. Vigorosamente ed ardentemente. Chi ha bisogno di conoscere la storia delle rivoluzionarie del Sud America, delle Suffragette francesi o delle donne romane di Campo de&#8217; Fiori, quando possiamo comodamente assistere dalla poltrona di casa nostra all&#8217;emancipazione del genere femminile in televisione? Nessuno, appunto. Di strada ne è stata fatta, ed è bene ricordarlo. Dalle prime corteggiatrici alle ultime veline, passando per le farfalline a San Remo, la nuova donna si evolve e si prende ciò che le spetta di diritto, con veemenza e passione, col nudo artistico su Max o (ovviamente!) con la partecipazione a programmi televisivi molto in voga. Se tutto va come deve andare, potresti anche finire per ricoprire il ruolo di Consigliere Regionale. Ma devi essere estremamente fortunata. Come ogni Movimento che si rispetti, anche le Corteggiatrici presentano il loro programma politico e adottano una propria strategia comunicativa, in cui lo <strong>slogan</strong> assume un ruolo preponderante. Sarebbe bello scrivere un dizionario o un <em>pamphlet</em> che riassuma le loro istanze. Per ora, mi limiterò solo a citare le frasi che hanno reso celebre quello che fino a nemmeno dieci anni fa era solo un gruppo di invasate. Andiamo per ordine:</p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline"><strong>1- Non mi sei arrivato.</strong></span><br />
Il non plus ultra, il massimo della perfezione, dell&#8217;eleganza, dell&#8217;arte oratoria con cui la Corteggiatrice si rivolge al maschio che vorrebbe farla sua, ma che, adottando mezzi non consoni, non riesce a penetrare il suo animo di donna sì frivola (<em>quando vuole</em>) ma al contempo estremamente dotta.<br />
<strong><span style="text-decoration: underline">2- Piango perché penso ai miei genitori che mi guardano da casa, e all&#8217;idea che si potrebbero fare di me.</span><br />
</strong>La Corteggiatrice, si sa, vive questa profonda scissione interiore tra quello che appare, e quello che è. Riesce però a destreggiarsi sapientemente tra la sua figura pubblica e quella privata, che viene difesa con le unghie (<em>curatissime e mai eccessive</em>) e con i denti. Purtroppo a volte la Corteggiatrice viene sottoposta a prove snervanti, <em>esterne</em>** che la consumano e la mortificano, viene altresì vessata con pesanti considerazioni sulla sua vita privata. Il pianto, dunque, è la sua arma, la sua scure, la sua spada per il bene di mamma e papà.<br />
<span style="text-decoration: underline"><strong>2a- Sono una ragazza semplice</strong></span><br />
Semplicità, dote innata di cui la Corteggiatrice dispone, la guida nella lotta all&#8217;emancipazione. Faro nella notte, illumina il suo cammino, e la mostra per quello che è realmente, senza artifizi o trucchi di sorta.<br />
<span style="text-decoration: underline"><strong>3- Sei falsa.</strong></span><br />
La sincerità, arma di cui non tutte le Corteggiatrici sono dotate, è al primo posto tra i principi base su cui si fonda il Movimento. Subito dopo, famiglia, carriera e istruzione.<br />
<span style="text-decoration: underline"><strong>4- Sei qui <em>solo</em> per le telecamere.</strong></span><br />
La Corteggiatrice, posta davanti alla verità più sconvolgente, non ci sta. Non si piega, lotta affinché il suo andare in guerra per la conquista del territorio del maschio non sia un messaggio da fraintendere. Ella, attraverso le telecamere, libera la femmina e porta alla ribalta importanti temi scottanti di cui altrimenti nessuno parlerebbe.<br />
<span style="text-decoration: underline"><strong>5- Brava! Brava!</strong></span><br />
L&#8217;efficacia e l&#8217;immediatezza dello slogan passano attraverso la beffa fatta all&#8217;avversaria. Dandole della <em>Brava</em>, la corteggiatrice intende prendersi gioco dell&#8217;altra, riportandola ad una dimensione più consona al suo status sociale e poltico di non-appartentente al movimento.</p>
<p>Questo è il programma politico del Movimento delle Corteggiatrici di Uomini e Donne. Immensamente democratico, ma al contempo spietato se mai dovessi commettere un errore. Buon lavoro ragazze. E grazie.</p>
<p style="text-align: justify"><em>**Per esterna si intende il comizio della Corteggiatrice rivolto al maschio-tronista, in cui palesa il suo programma politico in meno di trenta minuti. È sul campo, infatti, che la Corteggiatrice dimostra di essere preparata e adatta alla lotta.</em></p>
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		<title>Igor Dewe: the avanguardist</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 12:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dewe]]></category>
		<category><![CDATA[Igor]]></category>
		<category><![CDATA[Paris]]></category>

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		<description><![CDATA[Settimana della moda, Parigi. Il caos, i clacson, i giornalisti imbestialiti e bloccati nel traffico. Un giovane vestito di Lycra  si improvvisa carwasher: si dimena su zeppe alte più di quaranta centimentri lavando i vetri dei taxi in cui proprio &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/03/19/igor-dewe-the-avanguardist/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Settimana della moda, Parigi. Il caos, i clacson, i giornalisti imbestialiti e bloccati nel traffico. Un giovane vestito di Lycra  si improvvisa <em>carwasher</em>: si dimena su zeppe alte più di quaranta centimentri lavando i vetri dei taxi in cui proprio quei noiosissimi giornalisti sono intrappolati. È Igor Dewe, parigino classe 1990, di non facile collocazione: designer? Sì. Performer? Indubbiamente. Artista? Soprattutto. Un avanguardista della moda, che mette in scena le sue creazioni e detta le regole dello <em>styling</em> su giornali come Vogue o i-D Magazine. Come ogni amante della moda, Igor Dewe vive per le scarpe: Yves Saint-Laurent e Louboutin su tutte. Ma quando non ha potuto più permettersi di comprare costose<em> platform</em> griffate ha ben pensato di realizzarle da sé con materiali di uso comune, dal legno alle lattine di metallo, alla frutta fresca o agli spremiagrumi. A stuzzicare il suo senso creativo ci ha pensato l&#8217;ambiente che lo circonda, in particolare il laboratorio dove suo padre assembla pezzi di aeroplani: quelle attrezzature lo hanno ispirato per creare l&#8217;architettura delle sue scarpe, che potremmo definire più tranquillamente <em>opere</em>. Igor Dewe inizia a esibirsi per pagare l&#8217;affitto e per un estremo atto di esibizionismo: con il suo gruppo House of Drama conquista in breve tempo l&#8217;attenzione dei media. Ormai memorabile la sua performance al termine della sfilata di Galliano, nel 2010, vestito come un imperatore romano, mentre teneva un cartello con su scritto &#8220;The king is gone&#8221;. Galliano l&#8217;ha snobbato, i media di tutto il mondo sono impazziti.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter" src="http://fashionjp.net/highfashiononline/blog/tamura/The%20King%20is%20Gone.jpg" alt="" /><br />
Per scrivere di lui bisogna sbirciare il suo sito internet (<strong><a title="Igor Dewe website" href="http://igordewe.com/" target="_blank">http://igordewe.com/</a></strong>), così da entrare immediatamente nel suo mondo: ad accoglierci è un <strong><a title="Igor Dewe performance" href="http://vimeo.com/26344152" target="_blank">video</a></strong> della sua ultima performance in cui il ventunenne parigino, vestito di frutta fresca e con uno spremiagrumi al posto delle mutande, invita i passanti a bere il succo di quella frutta che sgorga da un tubicino in mezzo alle sue gambe. Il dettaglio fondamentale, ovviamente, oltre alla teatralità d&#8217;insieme, sono proprio le scarpe: una specie di Armadillo di ananas e banane, giusto per avvicinarlo alle altre creazioni ormai cult di McQueen. I passanti, divertiti, lasciano qualche moneta e assaporano le limonate come se niente fosse. Le sue scarpe, però, non sono in vendita, non hanno alcuno scopo commerciale, il loro unico intento è quello di esistere in quanto frutto della creatività di Dewe.<br />
<strong><em>Money merci </em></strong>segna il debutto<em> solista</em>: Igor Dewe che chiede l&#8217;elemosina ai bordi delle passerelle della fashion week parigina, vestito come una zingara e con zeppe Nina Ricci. Un segnale, forte. Un grido disperato: la moda, grande passione di Dewe, è ormai diventata una farsa che trova il suo culmine nelle varie fashion week sparse per il mondo. Un grande circo dove è invitata solo l&#8217;élite, il lusso e la perfezione di un mondo che non rappresenta invece tutto quello strato di normalità che manda avanti col proprio lavoro il grande carrozzone della moda. Un bagno di realtà, dunque, per chi ha assistito alla performance. Un atto dimostrativo per Igor Dewe, volto a ricordare che esiste anche lo street style e che è da lì che parte tutto il processo creativo di stilisti-artisti per lui fonte di ispirazione, come Galliano o Gaultier. Una protesta abbastanza accesa anche contro i caporedattori (senza fare nomi) di riviste di moda che si sentono delle star inarrivabili e si presentano con la consueta limousine. Una posizione di sicuro discutibile, ma non biasimabile. Non solo moda, però, ma anche politica ed attivismo: <strong>Grève de Vêtements Pour Sauver la Grèce</strong> (letteralmente Sciopero dei vestiti per salvare la Grecia) lo vede in scena vestito in stile greco antico, con zeppe, foglie e fiori. Eppure la società, specie quella parigina, sembra riluttante all&#8217;idea che questa possa essere considerata a tutti gli effetti arte: non a caso, spesso Dewe ha avuto a che fare con la legge per i suoi modi &#8220;non consoni&#8221; di girare per strada con &#8220;quelli che non sono vestiti&#8221; o con &#8220;zeppe che sfidano il senso del pudore&#8221;, finendo anche in galera a causa di un malinteso prima di una sua esibizione in un night parigino.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://1.bp.blogspot.com/_9FW0cvJxZKQ/S8DzQv9geJI/AAAAAAAAA7M/VOmNrOkjmhY/s1600/Igor+Dewe+performnace.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify">Con le sue performance interattive, Dewe coinvolge i restii passanti di una grigia Parigi, e alla fine li convince ad entrare nel suo mondo. La moda, forse, dovrebbe fermarsi a riflettere. E riacquistare così quell&#8217;aura di arte che forse nel corso degli anni si è persa a discapito di una frenetica corsa al guadagno, peccando di innovazione e avanguardismo. Il culmine, e il simbolo di questa corsa a fari spenti, è lo schianto di Galliano e della sua &#8220;performance&#8221; ormai famosa e divenuta tristemente cult: un po&#8217; d&#8217;umiltà e di passione in più, forse, non guasterebbero.</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p><a href="http://igordewe.com/">http://igordewe.com/</a><br />
<a href="http://musicforboys.tumblr.com/">http://musicforboys.tumblr.com/</a><br />
<a href="http://www.facebook.com/igor.dewe">http://www.facebook.com/igor.dewe</a></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L&#8217;eterno otto marzo</title>
		<link>http://thefashionjukebox.style.it/2012/03/08/leterno-otto-marzo/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 17:47:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Emancipazione dei costumi e della sessualità. Conquiste sociali, politiche ed economiche del genere femminile. Otto marzo tutto l&#8217;anno, otto marzo mai finito, otto marzo come simbolo sociale e politico dell&#8217;evoluzione della figura della donna. Molto è stato fatto, molto è &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/03/08/leterno-otto-marzo/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Emancipazione dei costumi e della sessualità. Conquiste sociali, politiche ed economiche del genere femminile. Otto marzo tutto l&#8217;anno, otto marzo mai finito, otto marzo come simbolo sociale e politico dell&#8217;evoluzione della figura della donna. Molto è stato fatto, molto è stato distrutto, troppo è stato ostentato. Dalla prima <strong>Giornata internazionale della donna</strong> del 1909 è stata fatta molta strada, specie nella rivendicazione del suo ruolo politico e civile: libertà civili ed uguaglianza nel rapporto di lavoro prima, con conseguente allargamento del diritto di voto, fino all&#8217;aborto, al divorzio e all&#8217;uguaglianza sociale delle Femministe del XXI secolo. I canali di diffusione di queste istanze sono molteplici: dalle manifestazioni tutte italiane di Campo de&#8217; Fiori del 1972 (che vedono protagonista anche una battagliera <em>Jane Fonda</em>), agli impegni <em>extra-nazionali</em> con le Nazioni Unite di tutte quelle donne, italiane e non, promotrici di processi di pace tra popoli in perpetuo conflitto. Una figura in continuo movimento, quella femminile, che si destreggia sapientemente nel mare di uomini che governa il mondo.</p>
<p style="text-align: center"><img src="http://blog.thecanadianencyclopedia.com/blog/wp-content/uploads/2012/03/women_workers_strike.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify">
Le istanze politiche e sociali, però, non sono le sole conquiste degne di rivendicazione. Dalla musica, dal cinema e perfino dalla televisione, si sono levate a gran voce le urla di tutte quelle donne che volevano (e potevano) fare qualcosa per migliorare la situazione  di molte loro<em> sorelle</em>. Il caso italiano, però, è sicuramente il più curioso e degno di nota: parlavo prima della manifestazione femminista di Roma del 1972 e non posso fare a meno di chiedermi, in quanto esponente del sesso opposto, dove sono finite quelle donne? O meglio, le loro <em>figlie politiche</em>, che hanno così avidamente raccolto i frutti di quella contestazione, stanno ancora lottando affinché la parità (che brutta parola!) divenga la norma? La risposta è più complessa del previsto, e dà luogo a riflessioni fin troppo amare. I soliti parlano di involuzione, di regresso, di ostentazione di quel corpo che prima era il simbolo della contestazione e non il <em>mezzo</em>. La nudità era scandalo, era  reato e dunque strumento di contestazione. In questo sta la riflessione: che la tanto millantata parità sia involuta a tal punto da relegare il corpo femminile a mero oggetto di piacere? Sì, lo è. Perlomeno dal mio punto di vista: penso a chi lottava per abortire e penso a chi lotta per un posto da Velina. Due volti della stessa donna, due facce dello stesso progresso che prima erigeva a femminista disinibita e politicamente forte ed ora abbassa a donna asservita allo<em> star system</em>, omettendo però di far luce su tutto il sub-strato di donne intelligenti ed ancora capaci di grandi atti politici, sociali e rivendicativi. L&#8217;emancipazione nei confronti dell&#8217;uomo deve nascere, prima e soprattutto, da un&#8217;emancipazione della donna <em>nei confronti della donna</em>: va abbattuto il meccanismo sessual-godereccio della ragazza discinta in prima serata, va picconato il sistema del calendario al grido di <em>&#8220;Sono foto artistiche&#8221;</em>, va abolito il sistema televisivo imperante che vuole la donna<em> diavolita sexy</em> e non ricercatrice in erba.<br />
Un grande contributo alla delineazione di una nuova figura femminile nel corso dei secoli arriva dall&#8217;evoluzione del costume. Negli anni Venti <strong>Gabrielle <em>Coco</em> Chanel</strong> diventa il simbolo della lotta femminista e della nuova definizione di femminilità: una dona dinamica, che lavora e e che non può più essere schiava dell&#8217;abbigliamento gretto e scomodo della <em>Belle Époque</em>. Quella donna ora deve &#8220;rimboccarsi le maniche&#8221; e per farlo ha letteralmente bisogno di indossare abiti comodi che non le impediscano il movimento.</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center"><strong><br />
<em>«</em></strong><em> Fino a quel momento avevamo vestito donne inutili, oziose, donne a cui le cameriere dovevano infilare le maniche; invece, avevo ormai una clientela di donne attive; una donna attiva ha bisogno di sentirsi a suo agio nel proprio vestito. Bisogna potersi rimboccare le maniche. <strong>»</strong></em></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Ed infatti il vestito giusto arriva: nasce il <em>tubino</em>, poi simbolo non solo di emancipazione sociale, ma anche di femminilità ed estrema praticità. Chanel e i suoi famosi <em>sei giri di perle</em> divengono i maggiori esponenti del <em>genre pauvre, </em>quel genere povero di eccessività barocche ma ricco di fascino ed eleganza, che proietta la donna su una nuova dimensione politica e lavorativa, liberandola dalle catene del corsetto e delle impalcature dei cappelli.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.tuttoperlei.it/wp-content/uploads/2011/08/coco-chanel.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify">Non solo Chanel, però, si fa pioniera di molte conquiste femminili e promotrice di un rinnovato spirito femminista: tra le conquiste degli ultimi anni è sicuramente la minigonna a ricoprire il ruolo di regina. Partendo da Carnaby Street, la <strong>Swinging London</strong> degli anni Sessanta <span style="line-height: 24px">diffonde </span>rapidamente la creazione di <strong>Mary Quant</strong>, ed abbraccia anche gli abiti più sobri e severi, come gli abiti da sposa, i tailleur con gonna o il tubino. La valenza politica che ricopre quel piccolo lembo di tessuto è impressionante: una donna libera, anche e soprattutto da calze e giarrettiere, predilige l&#8217;uso dei nuovi <em>collant</em> di nylon o la gamba nuda, anche a costo di essere accusata di istigazione allo stupro, come poi effettivamente avviene nel 1967.<br />
Donne capaci di lottare, di sopravvivere in un tessuto sociale a loro ostile, donne che una certa rilevanza sociale e politica se la sono guadagnata a mani nude. Dove sono quelle donne? Ci sono ancora, ma sono ben nascoste tra una velina e una letterina, perché lo sanno tutti, quelle non sono la normalità ma solo una visione distorta che relega il corpo femminile in una dimensione falsa e sessualmente appetibile. Le donne vere ci sono e lottano, oggi come allora. Nonostante le mie resistenze a dire <em>auguri donne</em>, non posso che augurarvi di continuare così, perché l&#8217;Otto Marzo, banalità a parte, dev&#8217;essere davvero tutto l&#8217;anno.</p>
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		<title>And the Oscar goes to: I soliti idioti</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Feb 2012 21:09:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 26 febbraio alla notte degli Academy Awards, arrivati all&#8217;ottantaquattresima edizione, i francesi cugini d&#8217;oltralpe per la prima volta nella loro storia cinematografica si aggiudicano 5 Oscar, e ben tre nelle categorie maggiori: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/02/27/and-the-oscar-goes-to-i-soliti-idioti/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Il 26 febbraio alla notte degli <strong>Academy Awards</strong>, arrivati all&#8217;ottantaquattresima edizione, i francesi cugini d&#8217;oltralpe per la prima volta nella loro<em> storia cinematografica</em> si aggiudicano 5 Oscar, e ben tre nelle categorie maggiori: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista a <strong>Michel Hazanavicius</strong>, migliori costumi e miglior colonna sonora. Tutto per <strong>The Artist</strong>, film muto in bianco e nero dalle vaghe reminiscenze retro, che ci riporta indietro nel tempo agli anni della ruggente Hollywood anni Trenta, prima dell&#8217;avvento del sonoro. La cerimonia, tenutasi al Kodak Theatre di Los Angeles e presentata da un <em>liftatissimo</em> Billy Cristal, non ha deluso le aspettative della vigilia, premiando, tra gli altri, Martin Scorsere e <strong>Meryl Streep</strong> per la meravigliosa interpretazione di Margareth Tatcher in <em>The Iron Lady. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em><br />
</em></p>
<p><em><img class="aligncenter" src="http://85.94.205.191/gay.tv/BlogPost/596x373_16951_jean-dujardin-meryl-streep-oscar-2012.jpg" alt="" /><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify">Presente anche l&#8217;Italia. A farne le veci gli scenografi <strong>Dante Ferretti</strong> e <strong>Francesca Lo Schiavo</strong> per gli allestimenti in <em>Hugo Cabret</em> (<em>Hugo</em>) di Scorsese. La domanda a questo punto sorge spontanea: quando l&#8217;Italia ha smesso di produrre e dirigere film di interesse mondiale tali da accaparrarsi l&#8217;ambita statuetta? Eppure non eravamo così male a fare film, suvvia. L&#8217;ultimo Oscar al miglior film straniero aggiudicatosi dall&#8217;Italia risale al 1999, quando un a dir poco esaltato Roberto Benigni trionfava con <em>La vita è bella</em>, ricevendo il premio dalle mani dell&#8217;iconica Sophia Loren. E poi? E poi tutto tacque. Da più di un decennio siamo digiuni di riconoscimenti dal mercato cinematografico più importante del mondo. Perché? Semplice, non siamo un popolo educato al cinema. Gli ultimi successi di botteghino made in Italy non fanno che ricordarcelo ogni settimana.<br />
La storia cinematografica del Bel Paese è costellata di successi; da Fellini (quattro Oscar come miglior film straniero e uno alla carriera) a De Sica (altrettante statuette al miglior film straniero &#8211; eredità evidentemente non raccolta dal figlio Christian), passando per lo splendido<em> Nuovo cinema paradiso</em> di Tornatore e il recente La vita è bella di Benigni. Negli anni Zero a trionfare è la commedia: spesso volgare, populista, qualunquista che neanche un discorso da bar, <em>consumeristica</em> e festaiola. Imbottita di luoghi comuni (<em>Benvenuti al sud</em>) e sessismi d&#8217;ogni genere (<em>Maschi contro femmine</em>, e viceversa) fino al gusto per l&#8217;orrido e lo scempio (<em>I soliti idioti</em>), la cinematografia italiana di qualità sembra avere smarrito la retta via. Eppure in Italia di film d&#8217;un certo calibro se ne producono ancora: basti pensare a <em>Ruggine</em>, diretto nel 2011 da Daniele Gaglionone, che racconta una realtà molte volte volutamente evitata, o toccata coi soliti metodi strappalacrime. Quand&#8217;è che<em> I Vitelloni</em> si sono trasformati ne <em>I soliti idioti</em>? Più che una risata, muovono compassione, più che un sorriso strappano una sberla a chi pretende di dettare le regole della cinematografia: l&#8217;educazione al buon gusto e al bel cinema dev&#8217;essere ripristinata, perché l&#8217;Italia non è quella del<em> Dai cazzo!</em>, a differenza di quanto alcuni vogliono farci credere. Dal palcoscenico di Zelig al grande schermo, il passo è breve e ancor più breve è la strada che separa chi sta guardando da quel Cetto La Qualunque che si improvvisa politicante da strapazzo.<br />
L&#8217;Italia non osa, non investe nel talento, preferisce rifugiarsi nella sicurezza della mediocrità e nel chiasso delle multisale, crogiolandosi al sole degli antichi fasti felliniani degli anni Sessanta. Non fateci arrivare al punto di rimpiangere i film dei Fratelli Vanzina. Non sarebbe auspicabile.</p>
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		<title>Sanremo 2012: sì, è l&#8217;inferno</title>
		<link>http://thefashionjukebox.style.it/2012/02/18/sanremo-2012-si-e-linferno/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 18:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche quest&#8217;anno è andata, ci siamo tolti il pensiero. Ieri sera si è conclusa la sessantaduesima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo e tra polemiche, commissariamenti, farfalle birichine e (ovviamente) canzoni, il grande circo mediatico ha chiuso baracca e &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/02/18/sanremo-2012-si-e-linferno/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Anche quest&#8217;anno è andata, ci siamo tolti il pensiero. Ieri sera si è conclusa la sessantaduesima edizione del <strong><em>Festival della Canzone Italiana di Sanremo</em></strong> e tra polemiche, commissariamenti, farfalle birichine e (ovviamente) canzoni, il grande circo mediatico ha chiuso baracca e burattini. Le mie impressioni di febbraio saranno precise e puntuali, come il cattivo gusto dell&#8217;intervento di Celentano, sul quale non spenderò per decenza nemmeno mezza riga. Quale altro evento mediatico nazional-popolare ci tiene incollati allo schermo (anche solo per cinque minuti, il tempo di un sincero <em>&#8220;La solita cagata!&#8221;</em>, perdonate il francesismo) e per una settimana monopolizza i discorsi dell&#8217;Italiano medio o mediamente acculturato? Solo il Festival di Sanremo. In bene o in male, purché se ne parli. Dev&#8217;essere questo che Belen Rodriguez intendeva quando ha messo in scena il simpaticissimo siparietto <em>hot</em> dell&#8217;ormai epica <a href="http://politicaesocieta.blogosfere.it/2012/02/belen-sanremo-2012-lo-spacco-hot-che-non-piace-al-ministro-fornero.html" target="_blank">farfallina tatuata</a>, che ha scatenato perfino le ire del ministro Fornero. Di pessimo gusto, come la metà dei look adottati dai concorrenti. Sì, perché a tenere banco nel chiacchiericcio festivaliero, oltre alle canzoni (sempre più cornice di un evento che strizza l&#8217;occhio a moda e format televisivi), sono i look dei concorrenti, quest&#8217;anno davvero coraggiosi, per non dire imbarazzanti.</p>
<p style="text-align: justify">In principio era la musica, tutto era più formale, una vera e propria competizione all&#8217;ultimo spartito che non lasciava spazio a nulla se non alle canzoni in gara. L&#8217;involuzione musicale del Festival va di pari passo con l&#8217;emancipazione dei costumi e l&#8217;evoluzione del gusto comune: per ogni Claudio Villa che ci lascia, acquistiamo un Marco Carta nuovo di zecca, con tanto di <em>pedigree</em> De Filippi come certificazione. L&#8217;esempio dei talent show televisivi è il più eclatante, emblematico del fatto che ormai la televisione svolge a tempo pieno un ruolo che in passato apparteneva alle case discografiche, le quali, saggiamente, si sono piegate alla nuova logica che altrimenti le avrebbe estromesse completamente e paradossalmente dal loro campo d&#8217;azione. Per non parlare del meccanismo del televoto:  arma di distruzione di massa detenuta da una giuria di esperti televisivi comodamente stravaccati in poltrona, che premia l&#8217;inascoltabile e ci trasporta<em> in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi e in tutto il mondo</em> della bruttura musicale, quasi a farci rimpiangere i tempi di Jo Chiariello.</p>
<p style="text-align: justify">Cinque serate, ventiquattro concorrenti per ventidue canzoni, il trittico <strong>Gianni Morandi</strong>, <strong>Rocco Papaleo</strong> e l&#8217;imbalsamanta e originariamente-infortunata <strong>Ivana Mrazova </strong>conducono quest&#8217;edizione orfana del buongusto ma tutto sommato ricca di musica.<br />
Un elegantissimo Morandi in <strong>Salvatore Ferragamo</strong> accompagnato da un sobrio  Papaleo in <strong>Costume National</strong> ci avevano inizialmente fatto ben sperare che la prima serata del 14 febbraio potesse essere figlia della moda: ci sbagliavamo. La prima a esibirsi è stata Dolcenera, in <strong>Frankie Morello</strong>, che sale sul palco probabilmente dopo aver preso parte alla rimpatriata del liceo, con un improbabile <em><a title="Dolcenera in Frankie Morello, 14.2.2012" href="http://www.glamtagonist.com/wp-content/uploads/2012/02/Schermata-2012-02-15-a-18.39.02.png" target="_blank">spezzato</a></em> composto da gonna laminata color oro e t-shirt grigia. Da lì, si intuiva che il disastro era inevitabile: delle donne, Arisa a parte, la scialuppa per evitare di affogare non è stata calata a nessuna, e il profondo oceano della moda le ha inghiottite serata dopo serata. Prima fra tutte Noemi che, forte di una canzone meravigliosamente scritta per lei da Fabrizio Moro, dev&#8217;essersi dimenticata come ci si presenta in <em>prime time</em> su Rai1. Di sicuro non in <a href="http://static.fanpage.it.s3.amazonaws.com/donnafanpage/wp-content/uploads/2012/02/Noemi-Sanremo-2012.jpg" target="_blank">tuxedo nero con reverse fucsia</a>, anche se di <strong>Coveri</strong>. Allo stesso modo, Emma Marrone in <strong>Costume National</strong> sembrava di ritorno dalla spiaggia, con tanto di <a href="http://static.fanpage.it.s3.amazonaws.com/donnafanpage/wp-content/uploads/2012/02/Emma-Marrone-Sanremo-2012.jpg" target="_blank">shorts</a> d&#8217;ordinanza e scarpe troppo alte, indossate con (<em>poca, pochissima!</em>) disinvoltura mentre cantava di precariato, disoccupazione e inferni lavorativi. La luce fuori dal tunnel iniziava ad intravedersi col <em><a href="http://static.fanpage.it.s3.amazonaws.com/donnafanpage/wp-content/uploads/2012/02/Nina-Zilli-Sanremo-2012.jpg" target="_blank">nude look</a></em> di Nina Zilli in <strong>Vivienne Westwood Red Label</strong>, però poi furono di nuovo le tenebre: Silvia Mezzanotte, direttamente da una fiaba dei fratelli Grimm, e Loredana Bertè, sulla quale è meglio non infierire. Questo il quadro riassuntivo della prima serata, che segna la rinvincita degli uomini, spesso i peggio vestiti. Non a Sanremo 2012: da un meraviglioso Francesco Renga in <strong>Tonello</strong>, ad un pacato e misurato Carone in <strong>Emporio Armani</strong>, fino ad un rinnovato Samuele Bersani in <strong>Etro</strong>, il gentil sesso perisce sotto i colpi dell&#8217;artiglieria pesante dei look degli uomini del Festival.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://static.fanpage.it.s3.amazonaws.com/donnafanpage/wp-content/uploads/2012/02/Gli-uomini-di-Sanremo.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify">Il premio-stile, però, va senza ombra di dubbio ad Arisa. Essenziale, discreta come la canzone che ha presentato (<em><a title="Arisa - La notte" href="http://www.youtube.com/watch?v=PWu71JMwGWE&amp;ob=av2n" target="_blank">La notte</a></em>) e mai eccessiva negli atteggiamenti, nel corso delle cinque prime serate ci ha abituati a look <em>educati</em> e mai sfrontati, frutto di un gusto impeccabile e composto. Specie nella seconda serata: giacca dal taglio maschile e lungo abito in seta, porta in scena l&#8217;eleganza di <strong>Mila Schön</strong><strong>.</strong> Così come per il long minimal dress color tortora della quarta serata, impreziosito solamente da una sottile cintura color senape e nulla più. La quarta serata è anche quella in cui la coppia <a title="Amoroso/Marrone" href="http://static.fanpage.it.s3.amazonaws.com/donnafanpage/wp-content/uploads/2012/02/Emma-e-alessandra-amoroso-a-sanremo-2012.jpg" target="_blank">Amoroso-Marrone</a> consuma l&#8217;ennesimo omicidio di moda: un abito da suora laica murata viva per la prima, un fazzoletto verde (il cui senso ancora non è molto chiaro) per la seconda. La finalissima fa il punto sull&#8217;eleganza della cantante lucana, che si presenta in abito rigoroso, ancora una volta nero, con gonna lunga e camicetta dal taglio simmetrico<span style="color: #000000">.</span></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://a2.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc7/424372_3393234432675_1324090706_3456329_137710610_n.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify">Le successive quattro serate sono il frutto degli errori della prima: basta descrivere nel dettaglio quella del 14 febbraio per capire cosa sia successo in seguito. Le recidive del cattivo gusto, Chiara Civello e il suo <a href="http://images.vanityfair.it/Storage/Assets/Crops/291708/8/108687/sanremo-2012-16-chiara-civello_290x435.jpg" target="_blank">abito rosso </a>dalla collezione privata di Jessica Rizzo su tutte, continuano a sbagliare, portando in scena un orrore dopo l&#8217;altro.<br />
Gli errori di moda, per fortuna, non corrispondono agli errori di musica. Non è un mistero che l&#8217;approdo di Morandi dello scorso anno abbia dato nuovo respiro alla musica, che torna a impadronirsi del Festival dopo i due anni di oblio in cui era sprofondata ad opera del malefico duo <em>Carta-Scanu</em>, che dava manforte al trio (al limite del comico) <em>Pupo-Filiberto-Canonici</em>. Se nei look peccano di buon gusto, nella competizione sono le donne a tenere testa: una demagogica Emma porta in piazza il precariato, mentre Nina Zilli canta l&#8217;amore, quello che dura per sempre. Le <em>parole</em> di Noemi eclissano il ben più radiofonico tormentone di Dolcenera, mentre <em>la notte</em> di Arisa sconvolge i nostri animi e ci lascia quel non so che di malinconia. Sul versante maschile la musica è debole, e passa in secondo piano: le sorti sono risollevate solamente dall&#8217;accoppiata Dalla-Carone, mentre Renga ancora una volta non lascia il segno. Menzione speciale, invece, spetta al coraggio di Loredana Bertè e Gigi D&#8217;Alessio: rimodernare il motivetto funky di <em>In alto mare</em> e cantarla assieme 32 anni dopo non dev&#8217;essere stato facile. Specie quando nella serata dei duetti italiani la si deve eseguire (<em>rigorosamente in playback</em>) con un esaltatissimo Mario Fargetta in console, con tanto di comparse al seguito. I giovani sono relegati decisamente ad una comparsata di qualche minuto, cantata in fretta e furia e messa in scena su Sanremo social e Facebook. Vince Alessandro Casillo, che, guarda caso, proviene dalla scuderia di <em>Io Canto</em>, condotto da Gerry Scotti su Canale5. Quindici anni, bella presenza, fama già al limite dell&#8217;artista consumato, sale sul podio di Sanremo Giovani senza destare particolare scalpore, d&#8217;altronde il televoto ha fatto il suo dovere. Casillo si lascia alle spalle quella che alla vigilia era la super-favorita da critica e radio, <a title="Erica Mou, sanremo 2012" href="http://www.youtube.com/watch?v=Lc6Z0po71ms" target="_blank">Erica Mou</a>, e numerose polemiche.  Indubbio il talento musicale della ventenne pugliese, che è l&#8217;ultima delle innumerevoli scoperte di Caterina Caselli. Paladina della bella musica, si scaglia contro il grande carrozzone dei <em>talent</em>. La paga con un magro secondo posto e si consola con ottime recensioni da parte della critica.<br />
Samuele Bersani vince il<strong> premio della critica Mia Martini</strong> e poco dopo sul podio dei <em>big</em> sale Emma Marrone e la sua <em><a title="Emma - Non è l'inferno" href="http://www.youtube.com/watch?v=pMzNxA81qmE&amp;ob=av2n" target="_blank">Non è l&#8217;inferno</a></em>. Chi vi scrive aveva ovviamente una sua preferita (Arisa) ma i pronostici davano per favorita la salentina, ed anche con un netto vantaggio sulle altre due. Un podio tutto al femminile, che vede in seconda posizione Arisa ed in terza Noemi. Tre canzoni diverse, tre donne diverse, tre stili diversi, ma accomunate dai <em>talent</em> (figlia di Maria De Filippi la prima, rispettivamente giudice e concorrente di X-Factor la seconda e la terza). Emma canta del precariato, del lavoro e della disoccupazione, continuando la strada del <em>politicamente impegnato</em> che l&#8217;aveva portata a manifestare in piazza per <em>Se non ora quando</em> l&#8217;anno scorso: si era fatta notare per le sue esternazioni contro la mercificazione del corpo femminile ad opera di Mediaset e della televisione in generale, proprio poco prima della sua partecipazione a Sanremo 2011 coi Modà (dove si classificò seconda). Ruffiana, demagogica e con un tocco di populismo che non guasta mai, eccola sul palco dell&#8217;Ariston anche quest&#8217;anno. Questo, cara Emma,<em> è l&#8217;inferno</em>, lasciatelo dire.</p>
<p>Che sia questa la nuova natura di Sanremo? Che sia più giovane di quanto in realtà pensassimo? Da sempre la manifestazione viene tacciata di non essere una competizione <em>da giovani</em>. Che ci stessimo sbagliando? Da quattro anni a questa parte sono proprio loro, i giovani, fino ad allora osteggiati, a dominare la scena. I figli dei talent sono il prezzo da pagare per scambiare Toto Cotugno e Al Bano con Pierdavide Carone e Noemi? Sarà il lungo periodo a dircelo: nel frattempo ci godiamo i frutti di quest&#8217;edizione, piena di musica ma anche molto difficile da raccontare. <em>Perché Sanremo è Sanremo</em>, e niente di più.</p>
<p style="text-align: center"><img class="aligncenter" src="http://cdn.blogosfere.it/spettacoli/images/Emma%20Arisa%20Noemi%20Sanremo2012.jpg.jpg" alt="" /><strong>(Per la finalissima Arisa in Mila Schön, la vincitrice Emma Marrone in Costume National e Noemi in Enrico Coveri)</strong></p>
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		<item>
		<title>Adele: Rolling with the Grammys</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 13:52:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[13 febbraio 2012, agli oscar della musica americana trionfa Adele, con un premio vinto per ognuna delle sei nomination che la vedevano protagonista: la ventireenne inglese sbanca. Nell&#8217;edizione numero 54 dei Grammy Awards, assegnati a Los Angeles e dedicati alla &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/02/14/adele-rolling-with-the-grammys/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">13 febbraio 2012, agli oscar della musica americana trionfa <strong>Adele</strong>, con un premio vinto per ognuna delle sei nomination che la vedevano protagonista: la ventireenne inglese sbanca. Nell&#8217;edizione numero 54 dei<strong> Grammy Awards</strong>, assegnati a Los Angeles e dedicati alla <em>neo-scomparsa</em> Whitney Houston, trionfa l&#8217;eleganza e la sobrietà di un&#8217;artista che non ha bisogno di scioccare per farsi ammirare, non ha bisogno di ostentare per essere a tutti i costi sulla bocca di tutti. Non solo, la serata segna anche il ritorno sul palco della cantante dopo la degenza post-operatoria con <em><a title="Adele - Rolling in the deep (Grammy Awards 2012)" href="http://www.youtube.com/watch?v=Bh_bOdP6XIc" target="_blank">Rolling in the deep</a></em>. Non mancava proprio nessuno allo Staple Centre di Los Angeles: da <strong>Katy Perry </strong>in<em><strong> <strong><a title="Katy Perry, Grammy 2012" href="http://cdn1.gossipcenter.com/sites/default/files/imagecache/story_header/photos/katy-perry-grammy-2012.jpg" target="_blank">Elie Saab Couture</a></strong></strong></em>, ad una <strong>Lady Gaga</strong> in versione cavaliere dello zodiaco by<em> <strong><a title="Lady Gaga in Versace, Grammy 2012" href="http://beautyisdiverse.com/wp-content/uploads/2012/02/Lady+Gaga+2012+GRAMMY+Awards-570x411.jpg?9d7bd4" target="_blank">Versace</a></strong></em>, fino al <em>rude boy</em> Chris Brown, tenuto a debita distanza dall&#8217;ex fidanzata <strong>Rihanna</strong> in <em><a title="Rihanna in Armani, Grammy 2012" href="http://molempire.com/wp-content/uploads/2012/02/rihanna-in-armani-at-the-2012-grammy-awards.jpg" target="_blank">Armani</a></em>. È stata la serata del ricordo e del riscatto, e non parlo di Whitney (pace all&#8217;anima sua) ma del Rock. Coi cinque premi vinti dai Foo Fighters, il mondo della discografia americana si risveglia dal torpore a base di pop e bolle di sapone degli ultimi anni. A mettere in scena la nuova <em>primavera</em> del rock, la performance dei Coldplay che, nonosatante la presenza di Rihanna sul palco, emoziona il pubblico presente in sala. Il perché non lo sappiamo, ma va bene così. Bottino magro, anzi nullo, per la signora Germanotta: Lady Gaga, sorriso di circostanza e lacrima pronta a celebrare l&#8217;amica-collega Adele, accantonato il guscio e l&#8217;eccentrica entrata in grande stile dell&#8217;anno scorso, non fa incetta di premi, ma solo di nominations. Provaci ancora, Gaga.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.tmnews.it/web/images/602-408-20120213_072020_71DC5C21.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify">La vera protagonista, però, è lei: <em>Adele</em> Laurie Blue Adkins, che riesce a portare a casa, tra gli altri, gli ambiti <strong>best record of the year</strong>, per il successo discografico di <em>Rolling in the deep</em>, <strong>best pop solo performance</strong> per <em>Someone like you</em>, e il più importante: <strong>album of the year</strong> per il fortunatissimo <em>21</em>. Nata a Londra nel 1988, si affaccia sul mercato discografico con<em><a title="Adele - Chasing pavements" href="http://www.youtube.com/watch?v=08DjMT-qR9g&amp;ob=av3e" target="_blank"> Chasing pavements</a></em> singolo d&#8217;esordio che nel 2008 lancerà il suo primo lavoro<em> 19</em>, riscuotendo un discreto successo a livello mondiale. La fama, però, arriva solo tre anni dopo con la consacrazione ad opera di <em>21. </em>Elegante, misurata, sobria e mai eccessiva, Adele è figlia del nuovo filone <em>brit</em> tutto al femminile che vede il Regno Unito in prima linea a sfornare talenti, tra i quali Duffy ed Amy Winehouse.<br />
L&#8217;occhio clinico della moda intuisce subito che lo stile vagamente <em>retro</em> della cantante inglese può fare scuola, e non contano probabilmente nulla le recenti esternazioni di Karl Lagerfeld che sentenzia:</p>
<p style="text-align: justify"><em>&#8220;Preferisco Adele e Florence Welch, ma come cantante moderna Lana Del Rey non è male. Il fenomeno del momento però è Adele. È un po’ troppo grassa ma ha un bellissimo viso ed una voce divina.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify">Della sua fisicità Adele non ha mai fatto mistero, e il suo stile detta legge. <em><strong>Armani</strong></em> la veste in lungo alla cerimonia dei Grammy e Vogue America, quasi a voler smentire l&#8217;affermazione dello stilista francese, la celebra in tutta la sua bellezza sulla copertina del numero di marzo, fotografata da Mert Alas e Marcus Piggott. Da anni ormai, la rivista americana, grazie alla potente intuizione di <strong>Anna Wintour</strong> nei primi anni Novanta, preferisce in copertina le celebrities piuttosto che le super modelle.  Si è discusso a lungo sulla fisicità delle ragazze da mettere in copertina o da far sfilare alle fashion week di tutto il mondo, fino alla decisione drastica di alcuni anni fa del governo spagnolo di fissare per legge peso e taglia delle modelle. Ipocrisie a parte, il modello bello-sano di Adele è una ventata d&#8217;aria fresca, che scalza gli eccessi e le <em>avanguardie</em> (vere o presunte) di Gaga e socie, e riporta la femminilità in primo piano. La donna che per essere attraente non deve essere necessariamente nuda o imbrigliata come un cavallo in versione<em> S&amp;M</em>, tanto per citarne una. Vero Rihanna?</p>
<p style="text-align: center"><img src="http://media.vogue.com/files/2012/02/12/adele-0312-6-VO-WELL29_200727636584.jpg" alt="" /></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://media.vogue.com/files/2012/02/12/adele-0312-3-VO-FRNT20_20072559083.jpg" alt="" /></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://media.vogue.com/files/2012/02/12/adele-0312-2-VO-FRNT49_200724771756.jpg" alt="" /></p>
<div style="text-align: left">La serietà e la compostezza tutta inglese di Adele trionfano sul cattivo gusto e su certa moda banale e fashionista a cui ci hanno abituato da alcuni anni a questa parte molte celebrities. La consacrazione alla cerimonia musicale più importante d&#8217;America è solo l&#8217;inizio, sperando che ci sia <em>someone like you</em> a portare avanti la tua causa, Adele.</div>
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		<title>Sex, drugs and pop&#8217;n&#039;roll</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 19:04:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<category><![CDATA[houston]]></category>
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		<description><![CDATA[The tried to make me go to rehab / But I said no no no Rehab, Amy Winehouse &#160; Il fenomeno pop degli ultimi anni non è questo o quel cantante che scala le vette della prestigiosissima classifica Billboard, ma il toto &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/02/12/sex-drugs-and-popnroll/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right"><em>The tried to make me go to rehab / But I said no no no<strong><br />
Rehab, Amy Winehouse </strong></em></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Il fenomeno pop degli ultimi anni non è questo o quel cantante che scala le vette della prestigiosissima classifica Billboard, ma il toto scommesse su chi sarà il prossimo a morire. Eh già, l&#8217;ormai noto motto di Madonna &#8220;Sex sells&#8221; potrebbe essere  riadattato in un più cinico e freddo <em>death sells</em>. La droga: piaga sociale ma anche fenomeno pop e busta paga di moltissimi volti noti dello showbiz. Dalla moda alla musica, la lista delle celebrities che entrano ed escono dai rehab è infinita, così come quella delle morti importanti, ultima in ordine di tempo <strong>Whitney Houston</strong>. La verità è che la morbosità del popolo del web e della televisione non conosce confini, ed è affamata di nuovi scoop succulenti di cui cibarsi per poi passare ad altro.In principio era <em>Sex, drugs and rock&#8217;n'roll</em>, quasi a sfregio, che differenziava i veri duri del rock dai volti puliti e angelici della pop culture. Quarant&#8217;anni dopo la morte di Jim Morrison e soci, i tempi sono cambiati e la nuova maledizione che pende sulle teste di modelle, attrici e cantanti si chiama <em>rehab</em>. E tutto diventa show: da Lindsay Lohan (<em>dovrebbe essere l&#8217;esempio di attrice&#8230;</em>) che entra ed esce da lussuosissime cliniche californiane, a Mariah Carey che abbandona baracca e burattini causa (ab)uso di alcool e farmaci, alle più recenti storie di Britney Spears (che però l&#8217;ha spuntata) e dell&#8217;iper-compianta Amy Winehouse. Altro terreno fertile per succulenti scandali è ovviamente la moda: il ritorno d&#8217;immagine avuto da <strong>Kate Moss</strong> o Naomi Campbell è stato notevole, mentre è costato il posto ad uno sprovveduto <strong>John Galliano</strong> che sproloquia su omosessuali ed ebrei. Ognuno esprime le proprie opinioni in merito e compiange questa o quella celebrity, quasi a giustificarne i comportamenti o volerne trovare a tutti i costi una soluzione all&#8217;annoso problema.</p>
<p style="text-align: justify">Il ciclone <em>cocaine-Kate</em> si abbatte sul mondo sprovveduto dei gossippari nel 2005, quando il Daily Mirror sbatte in prima pagina la modella inglese tutta intenta a godersi la vita, la cocaina e la compagnia dell&#8217;allora fidanzato-consumatore-tossicodipendete Pete Doherty. Dopo una conferenza stampa in cui chiede pubblicamente scusa ammettendo le proprie responsabilità, Kate Moss <em>torna in pista</em> (è il caso di dirlo) più forte e onnipresente di prima: abbandona quello che ormai è solo l&#8217;ombra di un fidanzato, continua ad essere testimonial per Dior ed ottiene la copertina di  <em>W nel</em> novembre 2005. Nei dodici mesi successivi, lo scandalo che l&#8217;aveva messa nell&#8217;occhio del ciclone le frutta il riconoscimento di modella dell&#8217;anno dal British Fashion Awards ed ottiene o mantiene ben diciotto contratti, tra i quali Dior, Louis Vuitton, Roberto Cavalli, Longchamp, Stella McCartney, Bulgari, Chanel, Nikon, David Yurman, e Versace. Oltre ai soldi, che scendono sulla sua persona come se piovesse. Esempio negativo? Forse. Grande imprenditrice? Di sicuro.<br />
La moda, però, crea e distrugge con la stessa rapidità con cui lancia le tendenze. Induce spesso a condotte discutibili (che tali restano, al di là di ogni giudizio personale non richiesto) ed ancor più spesso il vortice strangola chi un minimo di fiducia in sé non la possiede. <strong>Alexander McQueen</strong>, universalmente riconosciuto come genio del design degli ultimi anni, non ce l&#8217;ha fatta, incapace di sopportare quella che ormai più che vita era divenuta un calvario. Si suicida a Londra nel febbraio 2010.  L&#8217;azienda e la famiglia metteranno in moto il grande circo mediatico del funerale, che vedrà presenti tutte (nessuna esclusa) le grandi star della moda, della musica e del cinema. A cominciare da una non-troppo-addolorata <strong>Sarah Jessica Parker</strong>, rigorosamente in un <em>fashionissimo</em> nero firmato McQueen. In altri casi, non basta una carriera d&#8217;oro e costellata di successi per scampare al linciaggio mediatico causato da alcune affermazioni pesanti, anche se fatte da ubriaco. Vero <strong>John Galliano</strong>? Lo stilista, oltre ad un evidente problema con l&#8217;alcool e con le droghe, ne avrà anche con la comunità ebraica dopo le esternazioni antisemite che nel marzo 2011 gli costano il posto da Dior.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://lnx.whipart.it/imagesart2/1178480740-cocaine_kate.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify">È di nuovo la musica, però, a pagare il prezzo più alto. Whitney Houston, <em>The Voice</em>, muore a quarantotto anni, probabilmente annegata nella vasca da bagno dell&#8217;albergo di Beverly Hills in cui alloggiava. Ironia della sorte, la cantante scompare la notte precedente alla grande manifestazione dei <strong>Grammy Awards</strong>, che per ben sei volte l&#8217;ha premiata nel corso della sua carriera. Pelle e ossa, distratta e sempre più la parodia di una cantante, da alcuni anni soffriva di depressione e tossicodipendenza. La prassi, insomma. La morbosità con cui i paparazzi hanno seguito le ultime vicende matrimoniali della cantante è il simbolo della nuova pop culture, quella degli scandali e dei dischi postumi, delle accuse e dei pianti ai funerali.<br />
Conta esserci, tant&#8217;è che per ricordare la cantante scomparsa, sul palco dei Grammys si metterà in scena il <em>ricordo</em>, proprio come fu per <strong>Michael Jackson</strong> due anni prima. E proprio come lui, Whitney Houston lascia un&#8217;eredità artistica immensa, che fa scuola alle nuove dive dell&#8217;R'n&#8217;B, basti pensare alla <em>casta-diva</em> Beyoncé. Come per Amy Winehouse, invece, ci si aspetta il disco postumo, la summa dei suoi lavori, il ricordo inciso e disponibile su iTunes. A soli 9 euro e 99 centesimi possiamo impossessarci anche noi di un pezzetto di Whitney, giusto per non spezzare la catena della solidarietà. E mentre fioccano sui social network le frasi di cordoglio, tutto il mondo si ri-scopre fan dei ritmi, delle ballate e delle emozioni di quella che per anni è stata definita l&#8217;erede di <strong>Aretha Franklin</strong>. Un&#8217;artista vera, completa e veramente dotata, che però non ha saputo fare tesoro della sua immensa fortuna. Probabilmente nella vita reale se fosse stata la nostra vicina di casa l&#8217;avremmo additata con superbia e viscida moralità. Ma era una celebrity, e come tale va compianta con compostezza e devozione.<br />
A tal proposito Caparezza ne <em>Il paese dei balordi </em>canta: <em>&#8220;Com&#8217;è che un fatto sui gradini è solo un fatto e su di un palco è sempre un figo?&#8221;</em>. Già, com&#8217;è?</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://29.media.tumblr.com/tumblr_l0mj54g6cX1qz78azo1_400.jpg" alt="" /></p>
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		<title>Lana Del Rey: inganno in formato super 8</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 16:40:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Pesaola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Heaven is a place on earth with you / Tell me all the things you want to do / I heard that you like the bad girls / Honey, is that true? (Video Games, Lana Del Rey) &#160; C&#8217;era una volta la musica &#8230; <a href="http://thefashionjukebox.style.it/2012/02/07/lana-del-rey-inganno-in-formato-super-8/">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right"><em>Heaven is a place on earth with you / Tell me all the things you want to do / I heard that you like </em><em>the bad girls / Honey, is that true?</em><strong><em><br />
</em></strong><em>(<strong>Video Games, Lana Del Rey</strong>)</em><em> </em></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">C&#8217;era una volta la musica alternativa. Fatta da chi di mestiere, ascoltata da chi di dovere, perpetuata nel tempo non solo dai nostalgici, ma anche dai puristi di un genere che negli anni ha subìto mode, evoluzioni e una valanga di critiche. L&#8217;attitudine auto-distruttiva di certi elementi (si pensi ai <strong>Sex Pistols</strong> e agli immensi <strong>Velvet Underground</strong>), spesso acompagnata da alcool e droghe, era la forma primordiale e più pura di auto-promozione. Il marketing forse non era nemmeno stato inventato, e grandi <em>frontmen</em> come <strong>Jimi Hendrix</strong> o<strong> Jim Morrison</strong> dubito si preoccupassero del ritorno pubblicitario della loro immagine. Per non parlare di quel pazzo di <strong>Mick Jagge</strong>r o dell&#8217;ormai santificato <strong>Kurt Cobain</strong>. <em>It&#8217;s only rock&#8217;n'roll, but we like it</em>: senza dubbio la grande auto-promozione degli anni Settanta, Ottanta e Novanta ha contribuito a creare miti e leggende, spesso in modo del tutto disinteressato da parte degli stessi artisti.<br />
Arriva un tempo, però, in cui non è più solo questione di musica; arriva l&#8217;internet, nasce iTunes, cresce Britney Spears, ed evolve Madonna. Arriva un tempo in cui trovarsi al posto giusto nel momento giusto è la sola cosa che conti. Far parlare di sé, costi quel che costi, a discapito della musica, che ormai sembra relegata a semplice contorno, quasi fosse una carriera parallela. Essere imprenditori della propria immagine e magari lanciare la propria linea d&#8217;abbigliamento o di profumeria. I maestri dell&#8217;Hip-Hop americano ne sono i pionieri. Va tutto bene, fino a quando la sottile linea di confine tra generi non viene oltrepassata. <strong>Indie</strong>, <strong>alternative</strong>, <strong>pop</strong>, <strong>rock</strong>, <strong>hip-hop</strong>, <em>chissenefrega</em>, la nuova frontiera è la commistione tra generi e, dunque, l&#8217;immagine deve adattarsi ai tempi che corrono. Internet è il nuovo talent scout e il suo pubblico il nuovo ascoltatore degli anni Duemila. I talenti sbocciano su myspace e crescono nel giardino dei blog musicali.<br />
L&#8217;immagine femminile subisce trasformazioni radicali: dall&#8217;avanguardista Madonna, alla <em>lolita</em> Britney Spears (e le varie ed eventuali copie a seguire), fino alla sofisticatezza altera di Adele, passando per il glamour retro di Amy Winehouse e del vuoto (musicale) incolmabile che ha lasciato. C&#8217;è poi chi, vedasi Rihanna, flirta con l&#8217;alternative e sforna video degni della serie televisiva <em>Skins</em>. E proprio partendo da <em><a title="Rihanna - We found love" href="http://www.youtube.com/watch?v=tg00YEETFzg" target="_blank">We found love</a>, </em>nasce la nuova immagine del pop: niente di nuovo, ma sempre più vicino ad uno stereotipo <em>indie patinato</em> e sapientemente confezionato.</p>
<p>2012: <strong>Born to die</strong> di <strong>Lana Del Rey</strong> è il caso musicale dei primi mesi dell&#8217;anno. Per capire a fondo questo disco, l&#8217;analisi dev&#8217;essere condotta da due diverse prospettive: quella del marketing e quella della musica. Prospettive parallele, guai a farle incontrare, perché se lo si apprezza per una cosa, necessariamente lo si odia per l&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter" src="http://www.radionation.it/wp-content/uploads/BTD.jpg" alt="" /><br />
Al secolo <strong>Elisabeth Grant</strong>,  Lana Del Rey nel 2009 registra un EP chiamato <em>Kill Kill</em>, sotto lo pseudonimo di Lizzy Grant. L&#8217;inganno si perpetua sotto queste mentite spoglie fino all&#8217;uscita del suo primo disco <em>Lana Del Ray A.K.A. Lizzy Grant</em>, pubblicato per un&#8217;etichetta indipendente sempre nello stesso anno. Nel mese di giugno 2011 firma con la Interscope per il rilascio del primo singolo <em><strong><a title="Lana Del Rey - Video Games" href="http://www.youtube.com/watch?v=BeT_MtR4wus" target="_blank">Video games</a></strong></em> col nome di Lana Del Ray. Fin qui tutto bene, se si trattasse di due persone differenti. Il 14 dicembre 2011 esce in anteprima per YouTube <em><strong><a title="Lana Del Rey - Born to die" href="http://www.youtube.com/watch?v=Bag1gUxuU0g&amp;ob=av2n" target="_blank">Born to die</a></strong></em>, title track del disco, rilasciato il 30 gennaio 2012.<br />
Il popolo dell&#8217;internet ama, ascolta ed erige a nuova regina del <em>lo-fi </em>la ventiseienne newyorchese. Ma accade l&#8217;impensabile, o meglio il prevedibile: Lana Del Rey ama l&#8217;alta moda, è amica di Woodkid (artefice dei video di<strong> Katy Perry</strong> e dei <em>commercial</em> per <strong>Vogu</strong>e) e si avvale di un team di <em>superavvocati</em> per non trovarsi impreparata di fronte alle trappole del <em>music-biz</em>. Le speranze degli ingenui amanti dell&#8217;alternative si spezzano. Traditi e con la coda tra le gambe, i fan dell&#8217;indie-pop si erano lasciati ingannare da quella che poteva essere la nuova musa alternativa della loro generazione, che li ha ammaliati con un prodotto d&#8217;alta fattura e che innegabilmente si presentava con tutte le carte in regola. Quel <em>Video games</em> tanto osannato è ora terreno di critiche velenose e che con la musica hanno ben poco a che fare: si va dalle labbra a canotto, alle accuse di plagio, fino al tanto temuto verdetto di non sapere cantare (si veda<a title="Lana Del Rey @ SNL" href="http://www.youtube.com/watch?v=9zrvD-o8cII" target="_blank"> l&#8217;esibizione al Saturday Night Live</a>).<br />
Nel dodici pezzi dell&#8217;edizione usuale (si arriverà infatti a quindici per quella deluxe), Lana Del Rey assorbe le speranze e le incognite della sua generazione, ormai troppo annoiata e disillusa per farlo da sola. Scrive, bene o male è soggettivo, di ciò che sente e ripristina un&#8217;autenticità che forse nel pop si stava perdendo. Il tutto infarcito da suoni accattivantemente lo-fi, un&#8217;immagine a metà tra una diva d&#8217;altri tempi e una teenager indie americana qualsiasi, video in formato<em> super 8</em>, e una promozione degna di Lady Gaga. Il risultato finale è un disco ben fatto, curato, ma dal suono falso e poco convincente, fine a se stesso.</p>
<p style="text-align: justify">Quale sarà la sorte della povera Elisabeth, che dopo tanto peregrinare è approdata nel magico mondo della musica? Sicuramente quella di restare saldamente al suo posto. Magari stavolta senza cambiare nome e trovando la sua strada.</p>
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